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Con il termine lazzari (o anche lazzaroni) si indicano i giovani dei ceti popolari della Napoli del XVIIXIX secolo. Particolarmente famoso fu il ruolo da loro svolto nella difesa sanfedista della città contro gli insorti della Repubblica napoletana del 1799 sostenuta dalla Francia rivoluzionaria.

Condizioni di vita

Grazie alle favorevoli condizioni climatiche e al rapporto privilegiato con la campagna circostante, benché miseri, riuscivano a sopravvivere senza eccessive preoccupazioni nel doversi procurare cibo e vestiario. Spesso sfaccendati, si adattavano a compiere qualsiasi mestiere che si presentasse loro occasionalmente, non disdegnando, talvolta, di compiere qualche piccolo furto o raggiro e, più spesso, mendicando. Per questo motivo il termine lazzarone, che ha origine dallo spagnolo lazaros[1] (con riferimento al Lazzaro evangelico e agli stracci di cui era avvolto) è sinonimo, nell’italiano comune, di persona pigra e indolente, o poco di buono.

Secondo alcuni, i “lazzari” costituivano una società nella società del tempo e rispondevano a un loro codice di gruppo. È documentato che nella loro comunità si era sviluppata una vera e propria gerarchia che prevedeva anche l’elezione di un capo, riconosciuto e accolto in via ufficiale dalla corte reale.

I capi lazzaro si differenziavano dai gregari per una particolare foggia nell’abbigliamento e nel taglio di capelli: berretto bianco, giacca corta e capelli rasati fin sopra le orecchie (e la fronte). Il loro quartier generale era posto a nell’attuale Piazza Luigi Capuana[l’intitolazione è anacronistica e la piazza sembra perfino inesistente nello stradario]. In particolari occasioni furono incaricati del mantenimento dell’ordine pubblico dal re Ferdinando IV di Napoli.

Per questo, essi sono talvolta associati alle corti dei miracoli delle grandi capitali europee. C’è chi ritiene che i gruppi come quelli dei “lazzari” fossero espressione di forme di auto-organizzazione e mutuo soccorso, avallando così l’opinione che, grazie ad una certa creatività, i ceti più poveri riuscissero talvolta a sviluppare una civiltà gerarchica praticamente parallela a quella stabilita dalle norme.

Chi tuttavia interpretasse i “lazzari” come un gruppo rivoluzionario ante litteram rischierebbe di formulare un giudizio affrettato. In occasione dell’attacco francese al Regno di Napoli (gennaio 1799), infatti, essi combatterono contro l’esercito napoleonico, percepito come giacobino, in nome della tradizione cattolica, e difesero Ferdinando IV quale legittimo re.

I lazzari si batterono sulle mura di Napoli, in modo ininterrotto, per tre giorni, il 21, 22 e 23 gennaio 1799. Le forze francesi li soverchiarono; morirono in diecimila per difendere la città.[2] In seguito, i lazzari si allearono alle truppe sanfediste del cardinale Fabrizio Ruffo che riconquistarono Napoli tra giugno e luglio dello stesso anno, ponendo termine all’esperienza politica della Repubblica Napoletana.

Tuttavia alcuni capi lazzaro, quali Antonio D’Avella detto Pagliucchella e Michele Marino (detto ‘o pazzo), per opportunismo economico o per ragioni ideali, aderirono alla causa repubblicana e furono impiccati il 29 agosto del 1799 a piazza del Mercato.